sabato, dicembre 30, 2006

Conclusioni, generalizzazioni e forzature

1. la cooperazione. I cooperanti si dividono principalmente in due categorie, c'e' chi parte per lasciare qualcosa e c'e' chi parte per andare a cercare qualcosa. Il motivo comune e' il viaggio, il fascino di scoprire qualcosa di nuovo tuttavia senza necessariamente mettere in discussione la propria quotidianita', racchiusa tutta in una valigia. Il cooperante difficilmente passa piu' di qualche anno in un posto perche' alla fine diventa comunque noioso. Quando si parla di cooperazione cinismo e sarcasmo divengono le scatolette preferite entro cui ogni racconto, ogni spiegazione viene racchiusa.

2. la sobrieta' e' un concetto occidentale che morira' in occidente. In Etiopia non c'e' traccia di tutto cio' e, riflettendo bene, la motivazione diventa autoevidente. Il concetto di sobrieta' rimanda ad un surplus, per lo piu' materiale, cui viene fatta rinuncia per ragioni per lo piu' etiche o ideologiche. La semplicita' del vivere qui e' dettata dall'assenza di ogni tipo di surplus, mancando spesso le condizioni materiali di base per vivere e sostenere una vita decente. Ogni conquista e passo in avanti divengono feticcio di una modernita' tanto attesa e ammirata. Se etica e ideologia nella nostra tradizione vanno alla fine a parare sull'individuo e non a caso l'individualismo e' uno dei capisaldo della nostra societa', qui i due concetti acquisiscono senso solo nel momento in cui li si rapporta al sociale, al senso del comune.

3. lo sviluppo. Le critiche che generalmente vengono mosse alla grande macchina internazionale dello sviluppo da un punto di vista generalizzante e accademico hanno spesso poco o nessun valore nella realta' del field, nel lavoro sul campo. D'altro canto divengono palesi altri e piu' semplici problemi, a cui spesso non viene dato peso. Sono i problemi della vita quotidiana, del rapporto faccia a faccia con questi benedetti destinatari ipotetici delle politiche dello sviluppo. Naturalmente fa riflettere ed è divertente lo stacco e i paradossi che si creano tra il dire e il fare.

  1. la musica. Solo alcuni cenni. La tradizione etiope è densa di musiche e danze. Ricostruendo i vari filoni (distinti prevalentemente da elementi ritmici) è possibile tracciare un quadro storico pressocchè completo del paese, dell’interazione tra le etnie, le storie di dominazioni e resistenze, tutto raccontato e tramandato nella maniera più semplice e bella, l’arte tradizionale. Naturalmente sarebbe un lavoro enorme, ma mi sembra interessante cominciare ad interessarsi in analisi diverse da quelle canoniche per capire storia ed esgenze di un popolo. Vi sto parlando di uno dei principi cardine della Cooperazione Creativa. Da un punto di vista più tecnico sorprende la totale assenza di costruzioni e strutture armoniche. Esistono quattro principali strutture modali, costituite da altrettante scale pentatoniche dalle sonorità veramente dure, Tizeta, Batti, Amchioyhe, Ambassel.

venerdì, dicembre 08, 2006

Disperato Erotico Stomp

Breve aggiornamento per informarvi che finalmente l'ho trovato. E' comparso ieri dopo che ci si chiedeva dove fosse finito dopo quella volta a Berlino con Lucio. Bonetti e' arrivato ieri sera ad Addis. Stava a Talalak in un progetto con Giangavino, un sardo che parla amharico.
Beh ora ascoltando la canzone non potro' piu' fare il coretto: "Ma chi c...o e' Bonetti?"

giovedì, dicembre 07, 2006

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Ritorno ad Addis

Per un sacco di donne che lasci, un sacco ne trovi. Sembra ieri a Bologna, Marta, Valentina, Valeria, Silvia, per il piu’ bel regalo di arrivederci che potessi ricevere, una cena eccezionale. Cosi e’ arrivato il giorno dell’addio a Sekota. Quattro donne altrettanto belle e brave, Iwot, Meret, Salamowit, Freh, quasi a voler replicare, quasi capendo che quello e’ davvero il regalo piu’ bello, anche loro dal pomeriggio presto a cucinare. Sembra che ce l’ho stampato in faccia che mi piace mangiare. Qui in realta’ la preparazione e’ un po diversa. Si compra una capra (viva), la si sgozza alla maniera ortodossa, e la si cucina tutti insieme. Poi la cerimonia del caffe’, i balli tigrini e amhara e un abbraccio a tutti, in fondo anche Sekota e’ stata un po una casa..

Il ritorno ad Addis e' stato abbastanza traumatico. Ritornare alla citta' fa sempre impressione, ma forse meglio cosi, passare da Sekota all'italia sarebbe stato molto peggio.


Sono giunto praticamente al termine di questo tour etiope e il tempo e' davvero volato, sara' che la tesi occupa gran parte della giornata, sara' la diversa concezione del tempo, un'ora per bere un caffe' e mezz'ora per ricevere il conto..


Vi parlero' un po della tesi che ormai ha raggiunto un assetto abbastanza definitivo. La ricerca e' sul sistema di accesso alla terra in amhara region e le conseguenze di tale sistema sulla sicurezza alimentare nelle aree rurali. Il problema e' semplice: la terra e' pubblica (non si puo' ne comprare ne vendere), l'85% degli etiopi e' impiegato nel settore agricolo, prevalentemente per sussistenza, nelle aree rurali la popolazione cresce a ritmi del 3 e passa percento l'anno. Il risultato e' che non c'e' abbastanza terra per tutti e, nelle zone in cui sono stato, anche il 40% di coloro che posseggono terra, non riescono a produrre abbastanza cibo per tutto l'anno. Il grande dibattito attorno a cui ruotano queste problematiche e' privatizzare (o individualizzare i diritti) o meno la terra. I donatori ed i partiti di opposizione, il cui elettorato e' prevalentemente urbano, sono per la privatizzazione, il partito di governo e la grande maggioranza della popolazione rurale sono per il mantenimento dell'attuale sistema. I vantaggi della privatizzazione sono legati sostanzialmente a considerazioni di tipo economico, produttivita' ed efficienza del sistema agricolo. Il sistema pubblico garantisce a tutti un pezzo di terra da coltivare anche se spesso non e' sufficiente.

In prospettiva nelle aree rurali il grande problema saranno i contadini senza terra, attualmente i giovani tra i 20 ed i 30 anni, che al momento dell'ultima redistribuzione della terra erano troppo giovani per riceverne. Le interviste piu' interessanti sono proprio state quelle ai landless. Tutti, anche coloro che in prospettiva non erediteranno terra dalla famiglia, sono tenaci sostenitori della proprieta' pubblica. La motivazione principale e' il timore di ritornare ad un sistema simile a quello imperiale in cui vi erano pochi signori della terra che sostanzialmente sfruttavano la manodopera contadina, disponibile in abbondanza, a basso costo.

Le risposte che sta dando il governo a questo cane che si morde la coda sono altrettanto scoraggianti. Si parla di puntare sul settore agricolo (quando e' già al collasso) per promuovere lo sviluppo del paese e risolvere cosi il problema di coloro che vivono con meno di un dollaro al giorno. Nel frattempo e' vent'anni che la comunita' internazionale distribuisce aiuti alimentari, fatto che ha generato una dipendenza pazzesca, sia a livello economico, sia di mentalita'. Ci si siede e si aspetta USAID, poi l'olio lo si rivende al mercato, cosi come la farina e tutti gli altri scarti dell'industria alimentare americana, i quali divengono immediatamente competitivi con i prodotti locali (sono a costo 0), fanno crollare i prezzi al produttore e, in questo modo c'e' bisogno di nuovi aiuti.

Questo e' solo uno dei tanti meccanismi e paradossi vissuti dal sistema agricolo etiope, in realta' la dinamica e' ben piu' complessa ma, piu' in generale la perversione e, qui giungo ad una delle principali conclusioni della tesi, sta nel concettualizzare il problema nel dibattito terra pubblica vs privata. In questo momento privatizzare la terra comporterebbe principalmente la migrazione di milioni di contadini in aree urbane, squatters. Il problema e' che, anche ammettendo l'utilita' di una simil politica nel lungo periodo, in etiopia l'unica citta' e' Addis.

L'attuale sistema e' insostenibile, privatizzare la terra e' impossibile, il problema a questo punto diventa politico. Any suggestions?


Non vado oltre, se no mi si prende per matto. Comunque studiare queste cose sul campo e' davvero diverso, dicevo al coz, che guardare negli occhi un contadino vale cento libri sulla questione della terra.

mercoledì, novembre 29, 2006

Sono ritornato l'altro ieri da Makalle. Il Tigrai e' un cantiere in costruzione, molto peggio di Addis. L'attuale governo e' tigrino. E' facile fare connesioni quando ci sono soldi di mezzo.

Sabato sera sono stato in un locale super figo, mezza discoteca mezzo pub, forse bastava dire disco-pub. Mi siedo al tavolo, altra gente va a ballare, scatta la competizione tra un tigrino ed un amhara per chi balla meglio. A un certo punto un tipo tarchiatello, chiaramente non etiope e un po fuoriluogo mi si avvicina. Giacca di pelle e brillantina in testa, comincia ad attaccare bottone. Per farla breve dopo un po scopro che e' uno di quei personaggi, che senti solo al telegiornale, un casco blu indiano dell'ONU.
Questo incontro casuale e un po inusuale, mi ha come scosso, perche' effettivamente a 100km da makalle, quel casco blu ha il compito di stare in mezzo, tra eritrei ed etiopi, in una delle mille guerre africane un po dimenticate, combattutte senza motivi reali e per questo eterne e logoranti. La ricorrenza delle notizie di guerra genera una corteccia sulla pelle di chi ne sente parlare solo in televisione o sui giornali. Basta poi un incontro per ricomprendere come inrealta' la guerra sia un'altra cosa.'com'e' la situazione' domando, 'it's the job' e' la risposta, forse la piu' significativa.

Gente l'altra sera e' successo l'inverosimile: prima partita a carambula vinta da me e federico, dopo settimane di disfatte stile Adua. Grande acclamazione del pubblico presente, per la prima volta non siamo noi a dover pagare il conto, e poi si va tutti insieme nell'altra stanza del bar a vedere Etiopia- Djibouti, match di calcio valido per la qualificazione alle fasi finali dell'East African Cup. L'etiopia parte alla grande, prende un palo e qualche minuto dopo brutto fallo in area del Djibouti, il bar esplode, l'urlo e' unanime e la parola, l'ennesima, importata dall'italia: 'RIGGORE'. La telecronaca, anche perche' non capisco niente, e' un po una palla, monotona, ma la cosa geniale e' che c'e' un'unica telecamera fissa a centrocampo che si muove avanti e indietro. La partita finisce 4 a 0 per le canotte gialle etiopi, tutti a far festa, qui il calcio unisce davvero. Venerdi c'e' etiopia- malawi. Cara Baiocchi, se mi senti, oltre ad esportare piu' caffe', a sto giro vi facciamo un .... cosi.

martedì, novembre 21, 2006

Deher Giba

Se l’esperienza e’ una condizione che si acquisisce col tempo e se un viaggio in Africa mette comunque di fronte a situazioni sempre nuove ed estreme per una vita media occidentale, da un lato si e’ portati a cercare condizioni di vita sempre piu’ lontane dalle proprie (fin dove e’ in grado di arrivare l’uomo?), dall’altro subentra la piccola quotidianita’ a frenare questo istinto, e a far si che anche tornare a Sekota sia come tornare un po a casa.
Per capire come vivono gli etiopi nelle aree rurali piu’ remote, e’ necessario innanzitutto muoversi come fanno loro, a piedi. Questo weekend, sfruttando un progetto di COOPI di mappatura di tutte le Kebele (l’unita’ amministrativa piu’ bassa) e di tutti i villaggi della Zona di Wag-Hamra (la regione a cui fa riferimento Sekota), sono stato a Deher Giba, un villaggio di 200 Ago, una delle ottanta etnie presenti in Etiopia, contraddistinti da cespugli di capelli ricci molto fini e ben curati (per farvi un’idea immaginatevi le comparse di qualche video anni ’80 di musica dance). Per arrivare a Deher Giba da Sekota occorrono circa cinque ore di fuoristrada per strade forse non meritevoli di questo nome, fino a Serya, da qui cinque ore di cammino. Il paesaggio e’ incredibile, un saliscendi continuo attorno ai 2500 metri di altezza, a tratti spunzoni di roccia basaltica nera alti anche 30 metri emergono dal terreno, la nostra guida, che mastica chat (un erba lievemente anfetaminica per abbattere la fatica), li chiama i denti del diavolo. Durante il tragitto si incontrano contadini e pastori la cui pelle arsa dal sole e dalle intemperie invecchia le espressioni di vent’anni e poi un via vai di uomini e donne che per raggiungere il primo mercato camminano giorni, con sulle spalle a volte pelli di animali, a volte vestiti, a volte galline o mucche e buoi al seguito. A Deher Giba l’ultimo bianco e’ arrivato 12 anni fa (Mr Livingstone I suppose?, come penserebbe la chiaretta), ma qui il tempo e’ scandito ancora dai ritmi naturali dell’alba e del tramonto, dalla stagione delle pioggie e dalla stagione secca, e la lotta contro la natura non e’ ancora terminata del tutto. Alcuni bambini nei periodi della semina e del raccolto dormono nei campi con grosse fionde per evitare che le scimmie mangino il sorgo rosso, il miglio, il grano e il suff, le principali colture di questa zona; le case sono recintante da muri di pietra e canne, per scoraggiare le iene di notte; un uomo racconta della recente comparsa di grossi leopardi capaci di ammazzare un bue maschio in eta’ adulta.
L’ospitalita’ degli Ago e’ formidabile, ci offrono l’unica casa di pietra del villaggio, abitata da due infermiere inviate dal governo per fare prevenzione sull’AIDS e Birth Control, mangiamo una sorta di pasta al berbere´. La stanza e’ illuminata da una lampada a gasolio, la cerimonia del caffe’ e il tej, un liquore distillato dal miele, condiscono i racconti, mal tradotti in inglese dalla guida, del capo villaggio che molto fieramente porta con se sempre un fucile di fabbricazione sovietica.

Dunque parliamo di sviluppo. La meta’ delle kebele di wagh amra non sono accessibili direttamente in macchina, per tre o quattro di queste occorrono anche due giorni e mezzo di cammino. Eppure uno degli ultimi rapporti della banca mondiale parla di privatizzazione della terra per sfruttare il surplus di lavoro etiope incentivando colture da esportazione. Ci sono mai stati a Deher Giba? Forse dodici anni fa con Mr Livingstone.

Giovedi faccio un passo a Makalle, in Tigrai. I tigrini sono duri come la pietra, li riconosci subito, sono i cugini degli eritrei. Forse vado anche a visitare un paio di progetti in Afar, un popolo seminomade di pastori, in uno dei luoghi piu’ inospitali dell’africa orientale. In pochi chilometri si passa dai duemila metri dell’altipiano ai quattrocento sotto il livello del mare della depressione dancala, un deserto caratterizzato da una serie di vulcani in continua eruzione.

venerdì, novembre 17, 2006



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giovedì, novembre 16, 2006

Lo Zebagna

La storia di un paese, di una città, di un villaggio è fatta anche di poche figure chiave molto significative. Si tratta della questione di dare significato ad alcune immagini ricorrenti o meglio di capire che cosa vi sia in realtà dietro a ruoli sociali precostituiti, che per l’osservatore esterno, possono risultare buffi, tristi o suscitare addirittura sorpresa. Parlo in questo caso della figura dello Zebagna, Zabagna per gli italiani veraci, forse perché suona meglio nella nostra lingua fatta di vocali (nella pronuncia e nella musicalità dell’amharico il segreto sta nelle consonanti). Lo zebagna è il guardiano, con matteo (il rasta- coordinatore) abbiamo introdotto anche il concetto di zebagnetto che sta ad indicare il ragazzino che offre aiuto in ogni circostanza e in qualunque modo per racimolare un birr, o più semplicemente un sorriso e capire che fanno questi uomini bianchi. In ogni casa, ufficio o condominio che si rispetti (non le baracche per intendersi) si trova all’entrata un uomo solitamente sui trenta quarant’anni che passa le sue giornate o le sue notti, a seconda del turno che fa, attorno a quattro mura di lamiera, capienti abbastanza per contenere una branda e poco altro. Il guardiano. Anzi la fierezza del guardiano, in quanto pare essere uno dei lavori più ambiti qui in Etiopia. Fate conto che lo zebagna di coopi, ha rifiutato un lavoro meglio remunerato e occidentalmente più prestigioso, per continuare nel suo. Quando arrivi al cancello e ti accingi ad entrare lo zebagna ti osserva e ti saluta con lo sguardo come per dire ‘non ti preoccupare qui è tutto a posto, entra tranquillo’. I movimenti dello zebagna sono sempre composti, dimostrano forza e disciplina, fino a che la sera lo vedi con una coperta in testa per ripararsi dal vento. Altro aspetto interessante sono le divise (autoprodotte e non richieste). Alcuni si vestono con tute grigie o blu che sembrano metalmeccanici della fiat negli d’oro, altri con pantaloni, giacca blu dai bottoni dorati e cappellino, vantando un passato nell’esercito, i più classici hanno un turbante bianco in testa. Il più geniale è stato lo zebagna dell’ufficio qui di sekota, che venendo a sapere della visita del capo di coopi, si è fatto trovare con un abito da matrimonio, doppio petto e scarpe a punta ben lucidate.

Lo zebagna è storia di venticinque anni di socialismo reale. I proverbiali tempi etiopi (se c’è un problema mi siedo e aspetto, tanto qualcosa succederà), le scarse ambizioni personali anche di chi se le può permettere e avrebbe le capacità, il rigido senso di gerarchia anche tra loro stessi (non parliamo dei bianchi), le scuse infinite, la corruzione, l’ossessione per il formale (senza un paio di fogli timbrati e ben intestati non puoi muoverti in Etiopia). Tutte eredita’ di un regime militare spietato promotore di uno dei socialismi africani piu’ crudeli e duri. Tanto per dare l’idea, in Unione Sovietica una pianificazione e una collettivizzazione del genere non se la sognavano neanche, i programmi di villagizzazione degli anni ’80 hanno condotto al reinsediamento (forzato, tramite l’esercito) di 5 milioni di contadini nei soli primi due anni.
Il peso della storia e’ enorme e pensare che la bella italietta e’ ancora oggi spaccata sull’eredita’ del ventennio...